Il morire filiale, identità e speranza. Affidamento e pienezza di libertà del Cristiano “ad limina” della vita.

  1. Esistere ad «immagine e somiglianza» del Figlio crocifisso:

 

Gli interventi del professor Real Tremblay[1] a favore della riflessione morale sono molteplici e mostrano  una feconda sintesi sull’antropologia filiale cristocentrica[2].

Lo studio di Tremblay[3] riflette sull’attuale e sempre discusso rapporto tra Cristo e la morale sostenuto in modo esplicito dal Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes 22; Optatam totius 16), mettendo anche in evidenza la pertinenza dell’intervento magisteriale[4] e  l’oggetto specifico di tale intervento[5].

La sua proposta ha il pregio, oltre al valore antropologico, di mostrare la necessità di tale servizio del magistero, soprattutto in un periodo di forte pluralismo talvolta contraddittorio. Superando in questo modo la resa di fronte alla frammentarietà veritativa e mettendo in evidenza l’orizzonte cristologico nel quale l’humanum si situa.

Le prospettive sottolineate da Tremblay nella rilettura della Veritatis Splendor[6], evidenziano il valore dell’antropologia illuminata dalla cristologia, facendola così diventare realmente una proposta valida per tutti ma con un compito specifico, profetico,  per il cristiano che ne è il custode.

Mettendo in evidenza come  la creazione è il primo atto salvifico di Dio a riguardo dell’uomo e come questo  acquista consistenza definitiva nella cristologia, pone la questione dell’origine di Gesù e della natura dell’uomo a partire dall’esperienza pasquale, e mostra così il valore della dimensione filiale del Cristo, una traccia che contraddistinguerà anche l’essere dell’uomo e la sua ricerca di felicità in modo persistente.[7]

Lo stesso decalogo (Es 20,1-17; Dt 5,6-21), patto di Alleanza tra Dio è l’uomo, contiene elementi che sono costitutivi dell’alleanza tra Dio e l’umanità dopo l’esperienza del diluvio purificatore (Gn 9,8-9) con riflessi specifici sull’humanum: l’uomo è l’interlocutore privilegiato di Dio,  e possiede una dignità straordinaria,  la cui radice è a livello della creazione (Gn 1,27) e si proietta verso la redenzione (Ef 1,5). La relazione tra Dio e l’uomo diventa in questo modo una relazione ontologica, superando definitivamente qualsiasi riduzionismo che vorrebbe relegarla solo all’ambito giuridico contrattuale.

Elementi che vengono evidenziati dall’incarnazione di Gesù messi in risalto dal Concilio di Calcedonia (451) da cui emerge la domanda che i Padri si sono posti: chi è veramente l’uomo? I Padri hanno così evitato i rischi del nestorianesimo e del monofisismo, entrambi svilenti per la consistenza antropologica;[8]la cui ricchezza  è invece dilatata dalla identità filiale.[9]

La Chiesa ha sempre cercato di trovare punti di appoggio alla sua proposta antropologica nell’identità divina del Risorto, e riflettendo sull’origine divina di Gesù, «vero uomo e vero Dio» su cui la resurrezione getta una luce rivelatrice, ha trovato il fondamento al proprio argomentare .[10]

La fede di San Paolo espressa nell’inno di provenienza liturgica inserito nella lettera ai Filippesi (Fil 2,6-11), è paradigmatica da questo punto di vista: la preesistenza del Cristo è li supposta: colui che era «in condizione di Dio» ha accettato di «divenire». Si stabilisce così una correlazione tra la glorificazione data al termine e l’esistenza del Cristo in Dio dal lato della sua origine. Cristo è «omega» poiché è «alfa», spiega Tremblay nella sua proposta antropologica: Sul piano della redenzione Cristo è immagine dell’uomo nuovo (omega), poiché in principio, sul piano della creazione (alfa), era in Dio, l’immagine del  primo uomo.[11]

Questa prospettiva si amplifica considerevolmente nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini mostrando come Cristo porta a compimento l’antica Sapienza, il progetto di Dio: la sapienza fondata «dal principio».[12]

Tremblay mostra come in San Giovanni e in San Paolo, nella splendida cristologia degli Inni di Efesini, Filippesi e Colossesi, Gesù riveli la propria identità , la sua origine filiale, risalendo al Padre «dove era prima». Siamo al culmine della cristologia e dell’antropologia neotestamentaria.

Per comprendere appieno l’identità di Gesù occorre dunque risalire al prima (Gv 6,62; 17,5).[13]

Di conseguenza l’uomo è epifania del Figlio per mezzo di una vita rivolta «verso l’alto», maturando un atteggiamento di desiderio di realizzazione del proprio fine, che consisterà in modo sempre più chiaro nell’adesione all’identità filiale.

Emerge così la prospettiva di un Padre che non è «concorrente», ma nella cui Paternità si riflette la traccia filiale dell’uomo: a livello della sua costituzione nativa, l’uomo scopre la legge naturale filiale, il logos,  che lo conduce a rinsaldare il legame fra Dio e l’uomo.[14]

L’uomo e Dio, in questo modo, rileva Tremblay, non si oppongono ma si intrecciano in una misteriosa pericoresi.

Tutta la creazione viene segnata dal misterioso progetto di Dio: dalla sua elevazione sulla Croce (Gv 3,14; 12,32) egli si è manifestato Padre all’origine di tutto, e, pensato nel suo essere figlio nel Figlio, l’uomo è richiamato alla propria verità.[15]

L’uomo nell’atto creatore di Dio è pensato come figlio (Ef 1,5) in cui si evidenzia la dimensione dell’immagine e il suo valore ontologico (Gn 1,27) e  attraverso la fede ed il battesimo accetterà di divenire «figlio adottivo» (Gal 4,4-7; Rm 8,14-17); una trasformazione interiore che gli permetterà di chiamare Dio con  il nome di Padre e di agire in modo conseguente. L’uomo filializzato, attraverso lo Spirito si saprà amato dal Padre, come il Figlio, sempre, in qualsiasi condizione dell’esistenza  e imparerà a divenire discepolo di Colui che è Via Verità e Vita (Gv 14,6) e mostra in cosa consista la vera umanità. L’agire dell’uomo non è più guidato da nessuna eteronomia ma diviene l’espressione di ciò che egli stesso «è». In definitiva, l’uomo filializzato impara ad agire in modo filiale rispondendo a quanto scopre nella propria identità attraverso l’ausilio della ragione filiale.

 

  1. «Agere sequitur esse»: il permanere del figlio nella complessità della storia

 

Il modello filiale evidenzia la possibilità di fondare l’agire morale nella persona stessa del Figlio di Dio e questo mette in risalto come Cristo non sia da considerare solo sotto l’aspetto dell’imitazione, ma soprattutto dal punto di vista dell’ontologia che attraverso lo Spirito viene portata a compimento. Nella morale filiale la dogmatica e l’antropologia teologica fondano il rapporto di sequela che è proprio del discepolo cristiano.[16]

L’appello di Dio a vivere come figlio è inscritto nell’identità stessa dell’uomo. L’antropologia stessa viene identificata come «predisposizione» a ricevere il dono della filiazione per grazia di Cristo. La vita morale del cristiano appare allora come una risposta alla vocazione filiale: essa diviene per questa via, vita filiale.[17]

Occorre chiarire come l’agire dipende dall’essere anzitutto evidenziando che l’agire dipende sempre dall’identità dell’attore[18].

Questo principio si ritrova anche nella Scrittura: E’ la chiamata di Dio che introduce il popolo in una relazione filiale (Es 4,22) esigendo da esso che agisca secondo le «dieci parole» per poter permanere nell’Alleanza così come nel Nuovo Testamento l’agire del figlio, libero e differente da quello dello schiavo è possibile solo se si rimane nella Verità del Figlio (Gv 8). Nella morale paolina essa è strettamente legata alla dogmatica e all’antropologia dell’uomo nuovo, figlio adottivo chiamato a vivere in accordo con il Figlio morto e risorto[19].

Anche il magistero della Chiesa offre diversi spunti per illustrare l’assioma agere filii sequiur esse filii,. Secondo il pensiero di Veritatis Splendor il cammino secondo lo Spirito è reso «possibile dalla grazia che ci dona di possedere la piena libertà dei figli (Rm 8,21) e quindi di rispondere nella vita morale alla sublime vocazione di essere “figli nel Figlio”» (VS 18). L’Enciclica mette in luce la vocazione dell’uomo che è chiamato a divenire figlio nel Figlio e legando indissolubilmente l’antropologia  morale all’antropologia filiale. (VS 45).

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica presenta il  medesimo schema: In apertura della della terza parte viene citato S.Leone Magno che invita il cristiano a una retta condotta in forza della dignità divina che ha ricevuto da Cristo nella Chiesa: l’antropologia cristiana fonda la vita nuova nello Spirito. L’uomo, immagine di Dio, diventa «figlio di Dio»  acquisendo la capacità a di seguire l’esempio di Cristo (CCC 1709)[20].

La vita morale cristiana offre un fondamento per pensare a una scelta che qualifica essenzialmente e impegna la libertà di fronte a Dio. L’obbedienza della fede (Rm16,26), attraverso la quale l’uomo si abbandona «tutto a Dio liberamente, prestando “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà”» (DV 5)[21]. L’appello alla radicalità che Cristo offre al giovane ricco (Mt 19,21) implica una scelta fondamentale che orienterà tutta la propria esistenza. Si può evidenziare così il senso dell’opzione fondamentale[22]🙁VS 66) essa  consiste nella chiamata di Gesù al discepolo a perdere la sua vita per il Cristo e per il Vangelo (Mc 8,35) oppure nella ricerca della perla preziosa (Mt 13, 4-46).

Il discepolo che riconosce il valore di tale opzione non potrà certo dimenticare che essa si attualizza in scelte particolari che orientano l’uomo in un crescendo sempre maggiore capace di mettere in atto una modalità realmente profetica, in un dinamismo sempre più crescente che gli permette di divenire «figlio nel Figlio» nella complessità dell’esistenza. Un dinamismo che orienterà il credente ad accettare la «gloria» del Padre e a rifiutare in modo netto ogni forma di autoglorificazione che lo allontana dalla vita libera (Gv 8)[23]. L’opzione fondamentale del figlio consiste nell’entrare nel dinamismo filiale fondamentale del dono, che «si caratterizza per un duplice abbandono di sé […]: l’abbandono di sé a vantaggio della gloria di Dio e l’abbandono di sé a vantaggio dei fratelli, di preferenza più indifesi».[24]

Come si può dunque intendere, la morale filiale, in base al principio dell’agere  sequitur esse, evita di far cadere l’antropologia morale in una atomizzazione normativa, ma è in grado di fondare il tutto nell’identità dell’uomo[25]mettendo la ragione in grado di riconoscenere un impianto normativo[26] che nulla a che vedere con l’eternomia, superando così le divergenze tra i sostenitori dell’autonomia (A.Auer) o della teonomia morale (B. Stöckle)[27].

 

 

  1. La profezia nel dolore: la vita eucaristica

 

L’eucarestia plasma la vita del credente[28]: scrive il Papa nella Deus caritas est[29]: «A questo atto di offerta Gesù ha dato una presenza duratura attraverso l’istituzione dell’Eucarestia, durante l’Ultima Cena. Egli anticipa la sua morte e resurrezione donando già in quell’ora ai suoi discepoli nel pane e nel vino se stesso, il suo corpo e il suo sangue come nuova manna (Gv 6,31-33). Se il mondo antico aveva sognato che, in fondo, vero cibo dell’uomo –ciò di cui egli come uomo vive- fosse il Logos, la sapienza eterna, adesso questo luogo è diventato per noi nutrimento- come amore. L’eucarestia ci attira nell’atto ablativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione» (DCE 13)

Questa lunga citazione ci evidenzia il rapporto esistente tra la celebrazione e la vita: la liturgia diventa etica (H.U.von Balthasar) e in modo particolare il vertice di ogni celebrazione si propone di divenire il principio unificante dell’esistenza filiale. Esistenza che è marcata dalla ragione filiale che si radica nel logos del Figlio.

L’atteggiamento del credente nelle diverse situazioni esistenziali,non muta ma permane, in una sorta di misteriosa pericoresi, legato al modo di essere del Figlio e S.Agostino nel suo commento al prologo del vangelo di Giovanni rende noto un assioma formidabile: «Ubi humilitas, ibi caritas»[30]: al massimo abbassamento del Figlio corrisponde il massimo dell’amore percebile dall’uomo, da cui ne riamane attratto.[31]

Il percepirsi attratto da questa estetica amorosa mette l’uomo nella condizione di vivere un dinamismo di identificazione con la Sorgente, ma un dinamismo reso possibile dal dono dello Spirito che dal Risorto tocca il cuore di ogni uomo e che lo conduce alla perfezione. Secondo la Regola di S.Benedetto il monaco raggiunge la propria felicità quando raggiunge la perfezione della carità e questa è possibile  attraverso la via dell’umiltà.[32]

La vita del credente, se vuole raggiungere la pace del cuore, ascolta le sue inquietudini, e si rende conto che queste conducono al «luogo» dove vengono ascoltate e risolte; questo luogo non è più solo desiderabile poiché attraverso l’incarnazione ora è realmente a disposizione. Se il vertice del piano salvifico di Dio risiede nell’atto supremo del dono di sé sulla croce, in quel luogo il cristiano ritrova se stesso. E’ proprio nell’umiltà radicale di Cristo che il cristiano fonda se stesso: «Cristo ha preso l’ultimo posto nel mondo –la croce- e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta» (DCE 35). Il cristiano partecipa alla donazione di Cristo e diventa esso stesso dono: l’umiltà della croce rivela la via della sua completa realizzazione: nel dono di Cristo, radicale ed eucaristico, il discepolo ritrovando la propria identità, scopre la sua esistenza come dono, offerta, eucaristia.

Il dinamismo d’amore del Figlio spinge il cristiano verso il superamento del limite imposto dall’egocentrismo e lo immette in una realtà dialogica verso la realtà e verso l’altro ad immagine e somiglianza di Colui che per eccellenza ha offerto se stesso, divenendo Via e Vita poiché Verità[33] (Gv 14,2-6).

Il frutto di questo dono è la libertà, ultimo tratto della vita eucaristica del Figlio. Se la verità dell’Uomo-Dio si identifica con l’atto di offerta di sé nella croce, di cui l’Eucarestia ne anticipa e attualizza l’amore del Padre nel Figlio attraverso lo Spirito, ci troviamo di fronte all’estetica della verità che è straordinariamente verità per l’uomo in ogni momento della sua esistenza. Ogni uomo ritroverà se stesso nel dono di se, costantemente in una vita rivolta verso l’alto, e tutto ciò sarà possibile poiché ogni uomo che ascolta i gemiti del suo cuore, sollecitati dalla traccia filiale, non potrà non individuare, come solo in Cristo in realtà, questa ricerca trovi compimento[34]

Ancora il Papa nella Caritas in veritate[35] non esita a definire l’identità dell’uomo come filiale e mette in videnza che dall’antropologia dipende il valore dell’etica ribadendo implicitamente l’assioma scolastico agere sequitur esse.

L’identità per l’uomo è definita dal Papa in relazione alle categorie della immagine e della somiglianza. Citando al numero 45 il testo di Genesi 1,27 il Pontefice mette in luce il valore della dignità dell’uomo, il quale sul piano creazionale è in rapporto con il Creatore, un rapporto legato alla sua ontologia che si specifica in una antropologia dal concetto forte che gli permette di evitare ogni tipo di riduzionismo  da cui occorre difendersi. Questa identità, ricorda il Papa, al numero 54 è pensata nella mente di Dio, come relazionale (Gn 2,24; Mt 19,5; Ef 5,31) capace di non isolarsi e pensarsi in comunione con gli altri «figli» nella casa del Padre.

Tutto questo innerva i contenuti della solidarietà che non sono solo legati all’assolvimento di doveri encomiabili, ma riguardano l’essere, il «logos» inscritto come legge nel cuore dell’uomo.

A ben vedere se l’identità è data dalla realtà sostanziale dell’uomo (ontologia) e questa ha una comune radice in Dio che è Padre Figlio e Spirito, essa potrà qualificarsi come identità filiale, che riconosce nel Figlio il modello in cui Il Padre ha da sempre pensato l’uomo che attraverso lo Spirito diviene propriamente se stesso abbandonando ogni deriva. «L’unità nella carità di Cristo ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini» (19)

Se l’uomo si percepisce attraverso l’ascolto del suo cuore pensato nella mente di Dio,  egli sa che la «la carità è amore ricevuto e donato. Essa è grazia (charis). La sua scaturigine è l’amore sorgivo del Padre per il Figlio nello Spirito Santo. E’ amore eucaristico che dal Figlio discende su di noi. E’ amore creatore, per cui noi siamo; è amore redentore per cui  siamo ricreati» (5). Ecco la verità nel quale l’uomo ritrovando se stesso come pensato da sempre come figlio, ad immagine e somiglianza del Figlio, diviene, attraverso lo Spirito un dono relazionale e scopre nell’altro il valore dell’immagine e della somiglianza disponendolo ad una vita e ad una morte che si riassume nel dono di sé: cioè che diventa eucaristia.[36]

 

Dr. Don Roberto Valeri

 

[1]  R.Tremblay è un Redentorista. Professore ordinario di teologia morale presso l’Accademia Alfonsiana (Roma) e docente incaricato presso la Pontificia università lateranense. La sua vasta area di ricerca è consultabile sul sito www.realtremblay.org

[2]Tra i molti contributi dell’autore evidenziamo: R.Tremblay, Radicati e fondati nel Figlio, Roma 1997

[3] R.Tremblay, Cristo e la morale in alcuni documenti del Magistero, Roma 1996, 7-10

[4]  «Si tratta di un intervento solenne del pastore supremo della Chiesa, in comunione con il Collegio Episcopale, che dichiara una verità attinente alla “fede e ai costumi” come appartenente alla dottrina insegnata infallibilmente dalla Chiesa. Certo la Chiesa non vive solamente  di questo tipo di interventi . C’è in effetti in essa un patrimonio dottrinale che supera largamente gli interventi di questo genere. Ma ci sono anche dei momenti nella vita della Chiesa in cui i pastori , in virtù della responsabilità che spetta loro per volere del Kyrios, sentono l’opportunità di assicurare i fedeli che un elemento fino ad allora vissuto pacificamente, ma rimesso in causa dalle controversie del momento, sicuramente appartiene alla fede cattolica.» in Id, 188

[5]  «Il secondo punto da precisare è l’oggetto di tale intervento solenne del Magistero Ecclesiale. Nel caso, non si tratta di un dato che riguarda la “fede” ma i “costumi”. Non si tratta di un dato che riguarda il mondo della grazia propriamente detto come potrebbe essere un elemento che appartiene immediatamente all’inedito escatologico cristallizzato nel “Discorso della montagna” per esempio, ma di un dato che concerne l’uomo in quanto tale.» in Id, 188-189

[6] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor del 6 agosto 1993

[7]  «Dall’escatologia si passa allora alla preesistenza e da questa alla protologia, movimento che si cristallizza per esempio nella doppia affermazione giovannea “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio” (Gv 1,1-2). E: “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto” (Gv 1,3)» in Tremblay, Cristo e la morale, 189

[8]  Illuminanti a questo proposito le riflessioni che si trovano in: M.Hengel, Il Figlio di Dio. L’origine della cristologia e della  storia della regione giudeo-ellenistica, Brescia 1984, 140

[9]  «Abbandonandosi a questo dinamismo metafisico di apertura all’Altro, l’uomo diviene allora come l’espressione creazionale del Figlio, la sua manifestazione in abbozzo, sicuramente , ma non per questo meno reale.» in R.Tremblay, L’uomo epifania del Figlio , in Id, Radicati e fondati,52

[10] «Contrariamente alle apparenze forse, la questione e la sua risposta non era, agli occhi della Chiesa delle origini, un gioco da intellettuali da tavolino, ma uno sforzo del pensiero credente per rendere conto della pienezza dell’aspetto decisivo, definitivo della salvezza di Dio offerta in Gesù.» in R.Tremblay, Cristo e la morale, 191, nota 35

[11] «Inoltre alla coscienza escatologica della comunità primitiva, (…) corrisponde un certo interesse protologico. Solo chi dispone del principio possiede il tutto. Il principio doveva su questa base, venire illuminato dalla fine. L’idea della preesistenza era, alla fin fine, uno dei mezzi preferiti per evidenziare il peculiare valore salvifico di determinati fenomeni. (…). L’introduzione ricca di conseguenze, dall’idea di preesistenza nella cristologia scaturì così da una necessità interna. Eberhard Jüngel ha senza dubbio ragione quando da un punto di vista sistematico, esprime il seguente parere: “Si trattava di un fatto conseguente più che mitologico”. Con la preesistenza , comunque, prende forma piena anche l’enunciato riguardante l’invio. (…). Sulla base della preesistenza, così come avviene per la Sapienza in Ecclus 24, l’invio presuppone ora la discesa dalla sfera celeste, la riduzione alla dimensione umana e il farsi appuno uomo, come si dice nell’inno della lettera ai Filippesi.» in M.Hengel, Il figlio di Dio. L’origine della cristologia e della storia della religione giudeo-ellnistica, Brescia 1984  , 108-112

[12] «Una volta introdotto il concetto della preesistenza, era del tutto naturale che il Figlio di Dio innalzato assumesse anche la funzione propria della sapienza giudaica, di intermediario nell’opera di creazione e di salvezza. La stessa sapienza divina, preesistente ed associata in maniera singolare a Dio, non poteva essere riguardata come un’entità autonoma rispetto al Risorto ed Eletto, e come lui superiore , anzi tutte le funzioni della sapienza vennero attribuite a lui, poiché “in lui sono celati tutti i tesori della sapienza  e della conoscenza” (Col 2,3). Proprio così vennero espresse in modo conclusive l’insuperabilità e la definitività della rivelazione di Dio in Gesù. L’innalzato non è solamente il Preesistente, ma prende anche parte all’opus proprium Dei, alla creazione, anzi compie l’opera della creazione per incarico di Dio, viene investito da lui dei pieni poteri  e determina anche l’evento finale. Non vi è alcuna rivelazione, parola o azione di Dio che possa avere luogo senza di lui  o da lui possa prescindere» in Id, 113-114

[13] «A questa affermazione dell’origine divina (Gv 17,5) di Gesù, fa seguito la cristologia del prologo  dove, attraverso la “fusione” del Figlio di Dio preesistente con la “sapienza” della tradizione biblica , l’autore ci fa “risalire in Dio fino a questo compimento assoluto di colui che era, contemporaneamente presso Dio e Dio lui stesso”» in Tremblay, Cristo e la morale, 194

[14] «(…) nel figlio incarnato morto e risorto il Padre crea l’uomo nell’Amore aprendolo così ad un movimento di ritorno e di obbedienza filiale che è la pura negazione di ogni eteronomia» in Id, 196

[15] «Favorendo l’unione tra Dio e l’uomo per le ragioni già dette, non cado nel “monofisismo” dell’azione dove ciò che appartiene all’uomo, alla sua ragione alla sua libertà, sarebbe come inghiottito dal divinum. I cortocircuiti fatti nel passato in favore del divinum, che non sono senza relazione con l’avvenire dell’illuminismo con la sua rivendicazione dell’autonomia dell’uomo, e che non erano fedeli alla più pura tradizione cristiana (partendo da Calcedonia fino a San Tommaso per esempio), non possono in alcun modo ritrovarsi nella presente affermazione. La chiave dell’amore che fa appello alla relazione, alla persona (dono ricevuto/dono ridonato) e dunque che favorisce l’unione tra Dio e l’uomo nel rispetto delle loro differenze, ha come punto di riferimento e fonte ultimo, il paradigma trinitario delle “relazioni sussistenti” che costituiscono il Padre, il Figlio e lo Spirito. Questo paradigma, limitato ora alla persona del Figlio, si ripercuote al piano della cristologia dove la persona del Figlio è ciò che spiega la differenza inviolabile in lui delle nature divina e umana (nel Cristo l’unione si fa nelle due nature e non a partire dalle due nature) e da qui a ciò che dimostra che l’uomo gode per realizzarsi in quanto tale d’una propensione all’Ex-sistere. Così dunque sia che si parta dalla Trinità immanente (paradigma), che dalla Trinità economica o dalla cristologia, si arriva sempre alla stessa conclusione: più Dio si unisce all’uomo, più l’uomo è se stesso, più egli trova la sua autonomia.» in Id, 197, nota 51

[16] A.M. Jerumanis, L’agire morale filiale, in R.Tremblay (ed), Figli nel Figlio. Una teologia morale fondamentale, Bologna 2008, 185-200

[17] Tremblay, Radicati e fondati, 7

[18] J.De Finance, Conoscenza dell’essere. Trattato di ontologia. Roma 1993,380-385

[19] A.M. Jerumanis, La morale filiale dell’Antico Testamento, In Tremblay (ed), Figli nel Figlio, 27-43 e A.M. Jerumanis,  La morale filiale nel Nuovo Testamento in Tremblay (ed), Figli nel Figlio, 45-60

[20] «Il catechismo ci offre la possibilità di evidenziare il fondamento nell’essere filiale delle categorie morali di libertà, di coscienza, di virtù. Queste tre “disposizioni” sono in tal modo tutte ordinate a conformare le facoltà umane e l’agire che ne deriva a Cristo, allo scopo di creare, o di perfezionare, l’unione con lui, con il Padre e lo Spirito» in Jerumanis, L’agire morale filiale, 187

[21] Costituzione Conciliare Dei Verbum del 18 novembre 1965

[22] J.Maritain, La dialettica immanente del primo atto di libertà. Note di filosofia morale, in Id, Ragione e ragioni. Saggi sparsi, Milano 1982, 102-131

[23] «Gesù concepisce l’uomo come un essere libero capace di porre gesti ben precisi che lo impegnano o lo disimpegnano in profondità a riguardo della sua persona portatrice della vita eterna» in Tremblay, Cristo e la morale, 53

[24] R.Tremblay, L«innalzamento» del Figlio, fulcro della vita morale, Roma 2001, 70

[25] «In questo senso la vita morale possiede un  essenziale carattere “teleologico”, perché consiste nella deliberata ordinazione degli atti umani a Dio, sommo bene e fine (telos) ultimo dell’uomo» VS 73

[26] K.Wojtyla, Persona e atto, Milano 2000, 33

[27] S.Bastianel, Autonomia e teonomia, in F.Compagnoni, G.Piana, S.Privitera, Nuovo dizionario di Teologia morale, Cinisello Balsamo 1990,72-75

[28] R.Tremblay, L’eucaristia approfondimento e sviluppo della vita filiale, in Tremblay (ed), Figli nel Figlio, 345-363

[29] Benedetto XVI, Lettera enciclica, Deus caritas est, del 25 dicembre 2005

[30] In Io. Ep.tr., Prol. (Pl 3535, 1977-1978; SCh 75,107)

[31] Seguiremo quì le riflessioni dello studio di A.M. Jerumanis, «Deus caritas est»: ubi humilitas ibi caritas, in R.Tremblay (Ed), Deus caritas est. Per una teologia morale radicata in Cristo, Città del Vaticano 2007, 113-121

[32] «Una volta ascesi tutti questi gradi dell’umiltà, il monaco giungerà subito a quella carità, che quando è perfetta scaccia il timore» Regola di S.Benedetto VII,67

[33] R. Schnackemburg, Il vangelo di Giovanni, Brescia 1977, II, 357-375

[34] «Svilì d’un tratto ai miei occhi ogni vana speranza e mi fece bramare la sapienza immortale con incredibile ardore di cuore. Così cominciavo ad alzarmi per tornare a Te» Opere di S.Agostino,  Le confessioni, Roma 1982, III, 63

[35] Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate, del 29 giugno 2009

[36] «Il gesto supremo della vita di Cristo, l’Eucarestia, contiene per il cristiano il senso autentico del morire. (…). L’Eucarestia è l’atto decisivo di Gesù, quello nel quale egli anticipa la sua morte e la accoglie in obbedienza dalle mani del Padre e così la trasforma in un atto d’amore, nel suo donarsi per sempre per gli uomini, perché abbiano la vita. Partecipando all’Eucarestia e conformando in essa la sua libertà, il cristiano impara che il senso autentico della vita è il dono di sé  nell’amore e che “non c’è amore più grande di quello di chi da la propria vita per i suoi amici” Gv 15,13”. Così nell’Eucarestia e nell’amore vissuto egli anticipa la propria morte e si prepara alla morte come consenso alla volontà del Padre, nell’ora da lui voluta, e come dono di sé. Egli vive il vivere e il morire come appartenenza a Dio e come obbedienza al Padre» in L.Melina,Corso di bioetica. Il vangelo della Vita,Casale Monferrato 1996,  222

 

TROPPI INTERESSI DIETRO LA PILLOLA CHE UCCIDE

“Buongiorno, vorrei una pillola per uccidere mio figlio”. Cosa succederebbe se davvero entrasse in farmacia una mamma chiedendo schiettamente in questa forma una pillola dei 5 giorni dopo? Ma così sinceri non si è mai. E tanto meno lo sono alcuni farmacisti nel chiarire gli effetti della pillola più diffusa del momento. Anzi! La confusione continua a crescere a dismisura unicamente a vantaggio delle case farmaceutiche. Di certo non delle mamme e tanto meno dei nascituri destinati ad essere annientati fin dal concepimento. E specie d’estate, tempo in cui ci sono centinaia di proposte per le vacanze ma nemmeno un’iniziativa per educare alla maternità e paternità responsabile.

Il “Dottor” Internet

Non stupisce quindi che un’indagine di Swg-Health Communication presentata recentemente a Roma e realizzata attraverso un questionario a cui hanno risposto 500 donne tra i 18 e i 40 anni abbia rilevato che il 70% è molto favorevole all’uso di contraccettivi d’emergenza. Pur ritenendoli utili ed efficaci specificamente per evitare l’aborto (76%), oltre il 50% delle donne intervistate li ritiene però pericolosi. Secondo questa ricerca, la differenza tra pillola del giorno dopo e quella dei 5 giorni dopo la conoscono solo il 17% delle donne che invece di informarsi dal ginecologo, dal medico di base o dal farmacista, preferiscono imparare tutto da Internet o leggendo riviste e giornali. In generale, per il 50% delle intervistate è più facile acquistarle rispetto al passato ma un 30% ha ancora dichiarato di trovare resistenze quando si reca in farmacia. E 1 su 5 non sa neppure che si può chiederle senza ricetta (a patto di essere maggiorenni).

Boom

Davvero una grande confusione se si considera che proprio Federfarma che poco tempo fa è stata chiamata a rispondere ad un’interrogazione in Senato, ha ammesso il boom di vendite della pillola dei 5 giorni dopo – cercando però di limitare gli allarmismi – con una crescita del 96% in 10 mesi, oltre 200.000 confezioni vendute nel 2016, quasi una ogni due minuti. EllaOne, questo è il nome della compressa, è facilissima da richiedere perché non serve la ricetta né il test di gravidanza e costa solo 26,90 euro. E inoltre viene presentato a livello mediatico sempre più diffusamente come contraccettivo di emergenza, per “addolcire la pillola”. Ma la verità è che si tratta invece di un farmaco abortivo che può essere assunto dalla donna entro 120 ore dal rapporto considerato a rischio impedendo così l’attecchimento all’utero dell’embrione, con conseguente morte dello stesso. Eppure viaggiando su internet viene addirittura proposto per curare i fibromi.

Come funziona

La verità è che nei giorni più fertili del ciclo, EllaOne non avrebbe alcuna efficacia sull’ovulazione, che seguirebbe entro due giorni come previsto dalla natura. Conseguentemente, il concepimento potrebbe avvenire. La gravidanza tuttavia, anche in caso di concepimento, non comparirebbe. EllaOne, infatti, impedisce l’azione del progesterone, l’ormone che favorisce la gestazione, ostacolandone il normale effetto di preparazione dell’endometrio all’annidamento. In sintesi: l’Ulipristal Acetato (il principio attivo del farmaco) è in grado di ritardare l’ovulazione solo nell’8% dei casi, mentre tutte le altre donne (il 92%) che assumono il farmaco in quei giorni, i più fertili, ovulano regolarmente e possono concepire. Se la gravidanza non compare è dunque perché questi farmaci impediscono l’annidamento del figlio in utero. Dettagli spesso omessi da Case farmaceutiche e Federazioni di farmacisti. Ecco perché l’Amci, Associazione medici cattolici italiani già da tempo ha allertato sulla “grave pericolosità per la salute della donna di assunzioni del suddetto farmaco quando ripetute e reiterate e sottaciute al medico”. E ancora per chi è minorenne: “La disinformazione dei rischi e degli effetti collaterali per la salute dell’adolescente oltre della possibilità della soppressione di una vita umana è certamente causa di superficiali e non ponderate decisioni, rivendicata da una malintesa libertà e autodeterminazione personale”. E tantomeno – come pensano molti adolescenti fai da te – può risolvere l’ansia di chi dopo rapporti non protetti occasionali teme di aver contratto malattie infettive. EllaOne non evita hiv, epatite o altre malattie sessualmente trasmissibili.

Farmacisti obiettori

Ma c’è qualcuno che ci prova a dare una corretta informazione e persino ad obiettare la vendita del farmaco. Fausto Roncaglia è farmacista a Parma e vicepresidente dell’Ucfi, l’Unione Cattolica Farmacisti Italiani.

Com’è possibile che un farmaco abortivo continui ad essere confuso con un anticoncezionale?
“La legge italiana chiama farmaci quei prodotti che uccidono, ma non sono farmaci, sono vere e proprie armi chimiche, sistemate nelle cassettiere e negli scaffali delle farmacie, in scatolette del tutto simili alle altre, vendute come tutte le altre. Ciò va contro la coscienza di qualsiasi essere umano e va contro anche la Costituzione della Repubblica Italiana, che dichiara di fare riferimento alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che all’art.2 dice che nessuno può essere obbligato a collaborare ad uccidere. Eppure se un farmacista si rifiuta di vendere questi prodotti può essere denunciato, processato e condannato. Bisogna avere il coraggio di dire la verità. Le pillole del giorno dopo sono abortive, le pillole dei 5 giorni dopo sono abortive, le spirali sono abortive. Quanti sanno, anche tra gli operatori della salute, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità per fare passare come non abortivi tali prodotti ha fatto un gioco di prestigio cambiando significato alle parole aborto e gravidanza? A tavolino è stato stabilito, contro la verità oggettiva scientifica, per comodità, di decidere che la gravidanza non inizia dal concepimento (com’è in realtà) ma dall’annidamento dell’embrione nell’endometrio uterino (8-10 giorni dopo), in modo da potere disporre dell’embrione in quei primi giorni di vita. Ma cambiando significato alle parole non si cambia la realtà scientifica: sono prodotti fatti per uccidere l’embrione, veri e propri pesticidi umani”.

Concretamente quando una donna entra in farmacia e le chiede la pillola del giorno dopo o quella dei 5 giorni dopo, lei ha la possibilità di spiegarne gli effetti abortivi e di dialogare con l’acquirente indirizzandola al Centro aiuto alla Vita oppure può addirittura rifiutarne la vendita?
“Sono stato in passato titolare di farmacia, ora sono libero professionista. Certamente il titolare ha più libertà e può (anzi dovrebbe farlo sempre!) informare la donna sugli effetti dei prodotti che cerca ed eventualmente indirizzarla ad un Cav. Anche il farmacista dipendente è un professionista e ha diritto-dovere di agire allo stesso modo. Ma purtroppo per il farmacista obiettore non titolare sono ostacolo maggiore certi titolari che non le leggi. Da quando per le pillole del giorno dopo e dei 5 giorni dopo è stato tolto l’obbligo di ricetta medica per le donne maggiorenni il farmacista titolare può decidere di non tenere in farmacia tali prodotti, spiegando perché li considera non adeguati. Se poi arriva una minorenne con ricetta medica allo stesso modo il farmacista obiettore può spiegare perché non detiene e non vende il prodotto richiesto. Avere il tempo di informare ogni cliente è fondamentale”.

Le è mai successo di essere denunciato? O che la vostra farmacia sia stata “segnalata” all’Ordine?
“Non mi è mai successo ma personalmente sono un privilegiato, prima come titolare e ora come libero professionista, dato che a Parma tutti sanno che sono obiettore e mi assume solo chi sa che farò obiezione di coscienza. Inoltre non faccio turni notturni, in cui c’è maggiore richiesta di quei prodotti. Il presidente dell’Unione Cattolica Farmacisti Italiani di Roma, è stato invece denunciato anni fa e anche altri colleghi. Hanno subito un lungo iter processuale, ma nella maggioranza dei casi i farmacisti non sono stati condannati, in base alla Dichiarazione dei diritti dell’Uomo, secondo cui nessuno può essere obbligato a collaborare ad uccidere e all’art. 3 della nostra professione, che dice che il farmacista è obbligato al rispetto della vita. Tuttavia anni di iter processuale sono una condanna (anche economica). Al momento noi farmacisti non abbiamo leggi specifiche che ci permettano di fare obiezione di coscienza tranquillamente e quindi facciamo obiezione con il rischio di esser denunciati, di essere licenziati, di non essere assunti se obiettori. Qualche collega per potere mantenere la famiglia è stato costretto a cambiare tipo di lavoro”.

Articolo originale pubblicato su interris.it da Irene Ciambezi – Clicca qui per vedere l’articolo originale

È dimostrato: ellaOne, la pillola dei cinque giorni dopo, impedisce l’annidamento del figlio in utero.

Si riporta di seguito la review dell’articolo pubblicato su Mol. Cell Endocrinol. nel Feb 2017 da lira-Albarran S. et Al. fatta dal prof Bruno Mozzanega e pubblicata sul sito www.sipre.eu. Tale review facilita la comprensione dell’articolo e dimostra in modo inequivocabile il meccanismo che ellaOne impedisce anche l’annidamento del figlio in utero materno. Si prega di prendere atto di tale meccanismo.

Febbraio 2017
È dimostrato: ellaOne, la pillola dei cinque giorni dopo, impedisce l’annidamento del  figlio in utero.

Lo abbiamo sostenuto da tempo, nonostante il mondo accademico ginecologico e le più rinomate società scientifiche si ostinassero a negare ciò che appariva evidente e a sostenere che il farmaco inibisse l’ovulazione e, quindi, fosse in grado di impedire il concepimento. Uno studio accuratissimo eseguito su donne fertili dimostra con chiarezza che ellaOne agisce impedendo l’annidamento del figlio nell’utero materno (Lira-Albarrán S et Al: “Ulipristal acetate administration at mid-cycle changes gene expression profiling of endometrial biopsies taken during the receptive period of the human menstrual cycle.” Mol Cell Endocrinol. 2017 Feb 20. [Epub ahead of print].pii: S0303-7207(17)30111-9. dpi: 10.1016/j.mce.2017.02.024).

In questo studio vengono valutate 12 donne fertili trattate con ellaOne, in singola dose come solitamente avviene. Il farmaco viene somministrato nel periodo preovulatorio avanzato, uno-due giorni prima dell’ovulazione. Si tratta, come sottolineato dagli autori, di un trattamento intenzionalmente somministrato in quelli che sono i giorni più fertili del ciclo mestruale, quelli nei quali – secondo i dati unanimemente accettati di Wilcox – a seguito di rapporti sessuali non protetti si verifica il 75% dei concepimenti.

Le donne vengono studiate in due cicli consecutivi: nel primo, senza somministrazione di farmaci, viene verificato quello che accade in un normale endometrio che, grazie al Progesterone, si prepara ad accogliere l’embrione. Nel successivo si somministra ellaOne e si verifica se e come cambino le caratteristiche del tessuto endometriale.

Nel primo ciclo mestruale, quello spontaneo che precede il trattamento, ogni donna viene rigorosamente valutata in termini endocrini ed ecografici, ai fini di individuare il giorno dell’ovulazione. Inoltre, nel settimo giorno post-ovulatorio e cioè in quella che viene considerata la “finestra di impianto”, viene effettuata una biopsia dell’endometrio per valutare l’espressione genica normale di 1183 geni attivi nell’endometrio fertile.

Nel ciclo successivo ogni donna viene trattata con ellaOne e controllata con gli stessi criteri seguiti nel ciclo spontaneo precedente. Nuovamente, nel settimo giorno post-ovulatorio, viene effettuata una biopsia dell’endometrio per valutare l’espressione genica dei medesimi 1183 geni attivi nell’endometrio e valutare se la somministrazione di ellaOne abbia modificato la loro espressione.

Lo studio evidenzia con chiarezza almeno due cose:

  • La prima è che tutte le donne trattate ovulano normalmente dopo aver assunto ellaOne nei giorni più fertili del ciclo. Ciò smentisce che il farmaco eserciti una significativa azione di inibizione dell’ovulazione, come invece è riportato nel foglio illustrativo del farmaco.
  • La seconda è che nelle donne trattate con ellaOne l’endometrio diventa assolutamente inospitale. Tutti i geni studiati si esprimono in modo diametralmente opposto rispetto a quanto avviene in un tipico endometrio preparato all’annidamento.
  • L’ovulazione avviene e il concepimento può seguire, visto che si parla di rapporti sessuali non protetti nei giorni più fertili. Il figlio concepito però non può annidarsi e sopravvivere.

Questo meccanismo d’azione non sembra proprio compatibile con le nostre Leggi, che tutelano la vita umana sin dal suo inizio (L. 194/78 art.1), inizio che la stessa Corte Europea di Giustizia riconosce coincidere con la fecondazione (sentenza C34/10 Oliver Brüstle contro Greenpeace del 18 ottobre 2011).

Inoltre, ed è ancora più grave, divulgare che il farmaco interferisce con l’ovulazione come è riportato sul foglietto illustrativo di ellaOne, appare gravemente e intenzionalmente lesivo del diritto delle persone a essere correttamente informate: una informazione non veritiera compromette gravemente la libertà di scelta, libertà che non può che fondarsi su di una informazione corretta.

Bruno Mozzanega
Professore Aggregato di Ginecologia presso l’Università di Padova
Presidente S.I.P.Re – Società Italiana Procreazione Responsabile

L’obiezione di coscienza in San Basilio

Damian Spataru ha pubblicato un interessante lavoro su Obiezione di Coscienza sulla Rivista teologica di Lugano nel mese di giugno 2016 pag 281-309.
La sezione dei Farmacisti Cattolici di Milano, guidata dal teologo Don Roberto Valeri ha dedicato due serate alla lettura e commento del documento.

L’articolo evidenzia il ruolo inviolabile della coscienza, che è quello di guida, secondo la riflessione specifica di Basilio. Alla luce del Vangelo, il Santo riconosce e pone l’accento sui due movimenti integrativi interni nell’obiettore di coscienza, individuati sotto forma di:

  • un qualche germe di “logos” immesso dentro di noi
  • come capacità di giudicare e decidere

La tradizione medievale li individuerà con i due atti della coscienza stessa, chiamati sinderesi (anamnesi) e conscientia. In questo senso, l’obiezione di coscienza appare come un conflitto soggettivo irriducibile tra dovere giuridico e dovere morale che si manifesta nel rifiuto, per motivi di coscienza, a realizzare un atto o una condotta che in linea di principio sarebbe giuridicamente esigibile (Gregorio di Nazianzo, Or.43, 50-51).

L’articolo approfondisce il tema richiamando non solo fonti bibliche , ma anche extra bibliche quali Sofocle (496 a.C.), Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), Antico e Nuovo Testamento, Sant’Agostino (354-430), Tommaso d’Aquino (1225-1274), Antonio Rosmini (1797-1855), J. H. Newman (1801-1890), Gaudium et Spes, Evangelium Vitae e poi viene presentata e valorizzata in tutta la sua portata l’Obiezione di Coscienza testimoniata in Basilio di Cesarea (330-379) che ha esercitato la libera e doverosa opposizione alla legge ingiusta.

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Comunicato stampa dell’Unione Cattolica Farmacisti Italiani

Giovedì 15 dicembre con la sentenza di assoluzione si è conclusa l’annosa vicenda giudiziaria di una nostra collega farmacista di Trieste, che nel 2013, richiamandosi all’obiezione di coscienza ed all’autonomia professionale, si era rifiutata di dispensare un contraccettivo di emergenza in presenza di prescrizione medica, indicando la farmacia più vicina dove la paziente avrebbe potuto acquistarlo. La scelta etica della collega si era basata sulla conoscenza di evidenze ed interpretazioni scientifiche di pubblico dominio, e non solo su indicazioni contenute nel foglietto illustrativo, che avevano messo in risalto il possibile effetto antinidatorio del farmaco, cioè di impedimento al normale sviluppo dell’embrione nell’utero materno. Non si era trattato quindi di una decisione estemporanea e superficiale, ma giunta dopo riflessione approfondita e ponderata sui propri principi morali e professionali. Eppure alla denuncia è seguito il rinvio a giudizio per “omissione di atti d’ufficio”, fino all’epilogo, da noi tutti auspicato e per certi versi previsto, dell’assoluzione con formula piena. Ci stringiamo con gioia alla collega e condividiamo la sua soddisfazione per questo risultato che pone fine ad una vicissitudine angosciosa e dolorosa anche per la sua famiglia, una situazione che, com’è facilmente comprensibile, è stata vissuta come una ingiusta persecuzione per un comportamento erroneamente considerato ideologico. Nel contempo ringraziamo l’Avvocato Simone Pillon del Foro di Perugia, che da anni collabora con la nostra associazione, per la sua generosa ed efficace opera professionale che ha portato a questo risultato storico. Questa rappresenta la prima sentenza in Italia sull’obiezione di coscienza dei farmacisti, diventandone così la pietra miliare in ambito giuridico e punto di svolta nella discussione all’interno della professione. In essa infatti, vengono ribaditi la piena autonomia professionale del farmacista ed il suo consapevole diritto ad operare in scienza e coscienza nel rispetto del paziente e soprattutto della vita umana, aspetti già sanciti dal Codice Deontologico. Da questo momento le novità contenute in tale sentenza non potranno essere disconosciute per il loro valore dirompente, soprattutto in tema di etica deontologica: per la prima volta viene riconosciuto ad un farmacista la piena autonomia nel proprio ambito professionale, fondata sul suo bagaglio culturale e morale. I principi etici alla base del nostro Codice Deontologico vengono rivalutati e siamo quindi fiduciosi che ciò sia preso in seria considerazione dagli Ordini Provinciali. Ci aspettiamo una piena consapevolezza ed un costruttivo confronto all’interno della FOFI alla luce delle nuove indicazioni giuridiche, affinché si recepiscano per tutti i farmacisti i principi offerti in questa sentenza. Inoltre confidiamo che anche il mondo politico ne prenda atto e dimostri finalmente un serio impegno nell’approvazione di una legge completa ed articolata, che possa regolamentare l’obiezione di coscienza del farmacista, tutelando la paziente e soprattutto il professionista per evitare discriminazioni. Cogliamo l’occasione per rivolgere un appello in questo senso al Presidente della FOFI Sen. Dott. Andrea Mandelli. È innegabile che da oggi in poi l’obiezione di coscienza non rappresenterà soltanto un diritto costituzionalmente fondato, ma avrà anche nel nostro Paese un fondamento giuridico. Attendiamo con interesse le motivazioni della sentenza per farci carico di eventuali ulteriori richieste nelle sedi opportune, in ambito di enti statali e professionali.

Tutela della salute e scelte etiche: il ruolo del Farmacista

Sintesi della relazione del vicepresidente UCFI Fausto Roncaglia nel Convegno “Un Nuovo Umanesimo: la Scienza al servizio dell’Uomo”
Bologna 8-10-2016

Farmacista a tutela della salute

Il farmacista è uno dei protagonisti nella tutela della salute, per il suo quotidiano e continuo incontro con le persone. La farmacia è il presidio sanitario più comodo e a portata di tutti, senza filtri, dove chiunque, oltre ad attenta e competente distribuzione dei farmaci, può ricevere spiegazioni, consiglio, vicinanza professionale e umana.
L’attività del farmacista è basata su una necessaria e profonda conoscenza tecnica e scientifica riguardo ai farmaci, ma non può limitarsi a questo. Parte fondamentale della nostra professione è stabilire un rapporto con le persone, viste nella loro interezza e non solo come portatrici di malattie da curare. Ogni persona è unica e irripetibile, è formata di anima e di corpo, ha un destino di eternità : della sua salute globale dobbiamo prenderci cura.
Il farmacista è un professionista: il termine “professionista” deriva da professare, che significa “dichiarare apertamente”: compie un giuramento che lo impegna nei confronti della propria coscienza e lo obbliga con coloro che a lui si rivolgono e con tutta la comunità.
Quando Giovanni Paolo II ci ricevette il 31 gennaio 1994 ci disse parole illuminanti: Il servizio all’integrità e al benessere della persona è l’ideale che deve costantemente orientare il farmacista cattolico, il quale si ispira, nell’esercizio della sua professione, all’esempio di Gesù di Nazareth, che passò beneficando e risanando quanti si avvicinavano a Lui. Compito del farmacista, dunque, è di contribuire al sollievo della sofferenza, al benessere e alla guarigione dell’uomo.[…] Voi avete modo di diventare anche consiglieri e persino evangelizzatori[…] il conforto morale e psicologico che potete offrire a chi soffre è grande…una dimensione di autentica solidarietà cristiana.

Scelte etiche

In ogni aspetto della sua attività professionale, il farmacista si trova spesso di fronte a scelte etiche e a consigli di scelte etiche per coloro che a lui si rivolgono: uso corretto dei farmaci, comportamenti alimentari, abitudini corrette di vita.
Fino a qualche decennio tali scelte sono state importanti, ma raramente drammatiche; in farmacia il farmacista si trovava a distribuire prodotti tutti finalizzati alla cura e alla prevenzione, per il bene delle persone. C’era accordo su ciò che è bene e ciò che non lo è e la legge era, almeno in teoria e nella volontà, finalizzata al bene di tutti.
Oggi purtroppo viviamo invece in un mondo sanitario nel quale prevale una visione parziale dell’uomo, ridotto spesso ai suoi aspetti biologici ed emozionali. Da tale visione sono scaturiti e scaturiscono comportamenti aberranti, che vanno contro la ragione umana: aborto, eutanasia, fecondazioni artificiali, farmaci che non curano e hanno persino il fine di uccidere.

Farmaci che non curano

Una visione distorta sulla persona umana da mezzo secolo ha riguardato anche la farmacia e sono arrivati prodotti che nulla curano, ma hanno fini completamente diversi. Il farmacista si trova così a ricevere prescrizioni e richieste persino di prodotti che hanno la capacità, e soprattutto il fine, di uccidere la vita umana nei primissimi giorni.
Le leggi sono state liberate dall’obbligo di essere fatte per il bene di tutti e sempre più sono state indirizzate al comodo dei più forti in danno dei più deboli. Sono leggi che intendono assurdamente obbligare il farmacista ad andare contro coscienza, a violare il giuramento che ha fatto all’inizio della professione e a non seguire il Codice Deontologico, che lo obbliga al rispetto della vita.
Quello che è stato sempre considerato delitto viene ora capovolto in diritto.
Chi ha deciso l’entrata in commercio di tali prodotti ha anche voluto fossero in farmacia come “farmaci” e, per potere chiamare farmaco anche ciò che nulla ha di farmacologico, è stato considerato necessario cambiare la definizione di “farmaco”.

Nuova definizione di “farmaco”

La definizione di farmaco, da sempre considerata ovvia e ragionevole, è : ogni sostanza o associazione di sostanze aventi capacità e fine di cura o di prevenzione delle malattie.
Ora è stata utilitaristicamente variata ed è la seguente:
a) ogni sostanza o associazione di sostanze presentata come avente proprietà curative o profilattiche delle malattie umane ;
b) ogni sostanza o associazione di sostanze che possa essere utilizzata sull’uomo o somministrata all’uomo allo scopo di ripristinare, correggere o modificare funzioni fisiologiche, esercitando un’azione farmacologica, immunologica o metabolica, ovvero di stabilire una diagnosi medica.
In una tale definizione si può far entrare di tutto e possono venire chiamati farmaci anche prodotti capaci di uccidere, così che nelle farmacie è possibile trovare, in scatolette simili a tutte le altre, anche “farmaci” che sono delle vere e proprie armi chimiche.
Il termine “farmaco” ha quindi perso il significato esclusivamente di cura e prevenzione che aveva.

OMS, mistificazione sui termini usati

Come è potuto accadere tutto ciò?
Sottoposta a una forte pressione di varie associazioni, soprattutto abortiste, degli USA, negli anni ’70-80 del secolo scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ( OMS) decise, a tavolino, senza alcuna evidenza scientifica, anzi contro ogni evidenza scientifica, di dichiarare che la gravidanza inizia non con il concepimento ( come è ) ma con l’annidamento dell’embrione nella mucosa uterina ( circa 8-10 giorni dopo).
Per fare ciò l’OMS ha affidato ad “esperti” l’incarico di stabilire (arbitrariamente!) la non coincidenza tra concepimento e gravidanza, negando la realtà, in modo che si possa parlare di aborto solo a partire dall’annidamento e non dal concepimento. Il fine è quello di potere disporre a piacimento, impunemente, della vita umana compresa nei giorni tra il concepimento e l’annidamento. Sancito questo, tutto è arrivato di conseguenza, con anestesia delle coscienze.
L’immissione in commercio e l’utilizzo di prodotti oggettivamente abortivi (nel significato vero del termine) facendoli passare per contraccettivi è conseguenza di quella aberrazione scientifica, ormai accettata, coscientemente o per ignoranza, da molti.

A.I.F.A.

Sul sito dell’AIFA ( Agenzia Italiana del Farmaco) la definizione di farmaco è quella oggettivamente ragionevole : Ogni sostanza o associazione di sostanze aventi capacità e fine di curare o prevenire le malattie.
I responsabili dell’AIFA dovrebbero però allora spiegarci come abbiano potuto permettere l’entrata in commercio con la qualifica di “farmaco” di prodotti che nulla curano e nulla prevengono, a meno che non considerino il concepimento una malattia e siano convinti che l’uccisione della vita umana nei primi giorni dopo il concepimento possa in qualche caso ( soprattutto quando è fastidiosa per qualcuno) essere considerata un metodo di cura.
Inoltre sarebbe interessante sapere perché nei foglietti illustrativi dei cosiddetti “contraccettivi di emergenza” venga riportata solo una parte del meccanismo di azione e non si parli della possibile (da diversi scienziati verificata) capacità di impedire l’annidamento del concepito nella mucosa uterina e perché vengano minimizzati gli effetti collaterali di tali prodotti, mentre per tutti gli altri farmaci è stata applicata al riguardo, giustamente, una notevole e ben diversa severità. Perché in questo caso la ragione e l’oggettività scientifica sono state messe da parte?

“Contraccettivi di emergenza”

Pillole del giorno dopo, dei 5 giorni dopo: chiamarle “contraccettivi di emergenza” è grottesco, visto che vengono usate solo nel caso in cui ci sia il timore che sia iniziata una nuova vita umana, non certo come anticoncezionali. Senza addentrarci sulla capacità effettiva di uccidere che hanno quelle pillole ( che è comunque grande) è sufficiente il fine per cui vengono usate per avvertire l’orrore di prestare la propria professionalità per il comodo di qualcuno che vuole eliminare una eventuale vita umana che gli da fastidio.
Il farmacista quindi, in modo paradossale, è costretto a decidere se obbedire a leggi che intendono obbligarlo a vendere i prodotti in questione o rispettare il giuramento che ha fatto e il codice deontologico; deve decidere se fare o no riferimento alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (1948) e se rispettare o no la Costituzione della Repubblica Italiana, che a quei diritti si riferisce.
Senza ricetta!
Una legislazione che impone l’obbligo di ricetta persino per alcune creme e alcuni antiacidi per uso orale ha invece deciso, recentemente, di rendere libero per le donne maggiorenni l’accesso alla “pillola del giorno dopo” e a quella dei “5 giorni dopo”: considerati gli effetti di tali prodotti , farli entrare tra i farmaci SOP ( senza obbligo di ricetta medica) è oggettivamente un obbrobrio sia dal punto di vista scientifico che dal punto di vista etico.
Pillole del giorno dopo, pillole dei 5 giorni dopo, spirali: hanno la capacità di uccidere l’essere umano, il concepito, nei giorni che vanno dal concepimento all’annidamento nell’endometrio uterino e per tale motivo vengono usate, non certo come contraccettivi.
Le pillole estroprogestiniche (“anticoncezionali”) hanno invece come effetto principale quello antiovulatorio ( contraccettivo), ma non sempre il blocco dell’ovulazione avviene: in tal caso l’embrione non riesce ad annidarsi nell’endometrio uterino reso inospitale dalla componente progestinica e muore.

Conclusione: il ruolo del farmacista

Compito del farmacista è agire in ogni momento con scienza e coscienza, rispettando il giuramento che ha fatto e il codice deontologico. Fondamentale è informare correttamente chi a lui si rivolge, in modo particolare le donne su tutto ciò che riguarda i prodotti di cui abbiamo parlato, sia dal punto di vista scientifico che etico.
Se necessario, è bene anche informare i colleghi operatori sanitari (che eventualmente non ne fossero a conoscenza) circa le mistificazioni antiscientifiche che le autorità che governano la sanità mondiale hanno sancito da anni, con disinteresse nei confronti della salute fisica e mentale delle donne e totale non considerazione della salute dell’embrione indiacialis.com. Occorre ricordare sempre a tutti che la persona umana ha una dignità intrinseca, dal concepimento alla morte.
Il farmacista che non intende collaborare all’uccisione dell’embrione, appellandosi alla propria coscienza e all’art.2 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo ( che afferma che nessuna persona può essere obbligata a uccidere o a collaborare a farlo) agirà di conseguenza.
Non si limiterà a questo: informerà le donne che, per il controllo delle nascite, esistono mezzi non cruenti, i “metodi naturali”, non dannosi per madre e figlio; nel caso di una gravidanza che preoccupa, le indirizzerà a uno dei CAV (Centri di Aiuto alla Vita) , dove potranno trovare aiuto, anche economico (Progetto Gemma e altre possibilità).

Ella One: approfondimenti

La dottoressa Anna Fusina, ha elaborato una bella e documentata riflessine  a conclusione del Corso di perfezionamento in Bioetica presso l’Università degli Studi di Padova.

In questo interessante lavoro, dal titolo La “pillola dei 5 giorni dopo. Aspetti scientifici, giuridici ed etici ha sviluppato questa linea di riflessione: “Negli anni ’60  le potenti associazioni abortiste statunitensi compresero la necessità, per portare avanti la loro battaglia, di fare in modo che la parola «concepimento» non esprimesse più l’unione di spermatozoo ed ovulo bensì il momento dell’impianto in utero dell’embrione: «Se si scopre che questi dispositivi intrauterini agiscono come abortivi, non solo avremo contro la Chiesa cattolica ma pure le Chiese protestanti», affermava nel 1962 Mary Calderone (1904 – 1998), allora direttore medico di Planned Parenthood, riferendosi alla spirale.

Conseguenti a questa scelta strategica furono tutta una serie di pressioni che nel 1965, portarono l’ACOG – acronimo che sta perAmerican College of Obstetricians and Gynecologists -, cioè la maggiore organizzazione di ginecologi degli Stati Uniti, a pubblicare il suo primoTerminology Bulletin con l’introduzione, per la prima volta, della trasformazione semantica: «concepimento», per la prima volta, stava per avvenuto impianto dell’ovulo fecondato nell’utero materno [2].

Quella manipolazione, come si usa dire, “fece scuola”. Alcuni anni dopo infatti, precisamente dal 1985, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità si appiattì sull’interpretazione messa a punto due decenni prima dalle lobby abortiste giungendo a riconoscere la gravidanza solo a partire dall’avvenuto impianto dell’embrione nell’utero [3]. Una manipolazione della realtà in piena regola, dato che testi di embriologia cronologicamente successivi ed utilizzati nell’insegnamento universitario riportano il concepimento quale momento della fecondazione, dell’unione di spermatozoo ed ovulo che determina la formazione dello zigote [3].

Fatta questa piccola ma significativa parentesi storica, torniamo su ellaOne®: nel suo foglietto illustrativo è testualmente scritto che «agisce modificando l’attività dell’ormone naturale progesterone» e che «si ritiene […] agisca bloccando l’ovulazione». Ora, non ci vuole molto per accorgersi di quel singolare «si ritiene»: come mai? Non c’è forse la certezza che ellaOne® agisca esclusivamente «bloccando l’ovulazione»? Quali altri effetti potrebbe avere esattamente questo presunto contraccettivo «d’emergenza»? Una risposta ci giunge da uno studio curato dai ricercatori Mozzanega e Cosmi [4] che parte da un fatto: il solo studio che valuta l’efficacia di ulipristal sull’ovulazione è stato condotto su un piccolo campione, di appena 34 donne.

E pur sulla base di quest’unico studio è possibile constatare come, a proposito di ellaOne®, «solo il trattamento all’inizio del periodo fertile sembra realmente ritardare l’ovulazione. In questo caso, però, un rapporto risalente da 1 a 5 giorni prima sarebbe avvenuto in un periodo del ciclo verosimilmente non ancora fertile e quindi il farmaco verrebbe assunto inutilmente. Quando invece ulipristal viene assunto nei successivi giorni fertili, i tre o quattro giorni che precedono l’ovulazione, la maggioranza delle donne ovula regolarmente ed evidentemente può concepire; l’endometrio, invece, risulterà gravemente compromesso e sarà del tutto inadeguato all’impianto» [5].

Questo significa che le donne che assumono la “pillola dei 5 giorni dopo” dopo un rapporto sessuale avvenuto nel periodo fertile del ciclo mestruale, nella maggior parte dei casi,  ovulano e possono concepire anche se l’endometrio è irrimediabilmente compromesso, indipendentemente dal momento in cui il presunto contraccettivo  viene assunto. Concludono Mozzanega e Cosmi: «Se immaginiamo un rapporto il giorno prima dell’ovulazione, con il concepimento entro le successive 24 ore (e quindi 48 ore dopo quel rapporto sessuale), come potrà invocarsi un’azione anti-ovulatoria e anti-concezionale per un farmaco assunto fino a cinque giorni da quel rapporto, e quindi tre giorni dopo il concepimento stesso? Si avrà esclusivamente un’azione anti-annidamento» [6]. Da un contraccettivo con possibili effetti abortivi si passa quindi –  sempre che vi sia stato concepimento, ovviamente – ad un vero e proprio abortivo”.

Bene fa quindi la dottoressa Fusina, al termine del suo pregevole lavoro – dove sono contenute le maggior parte delle citazioni qui riportate e dove, naturalmente, c’è anche molto altro – ad osservare che «la presentazione di questo farmaco come “contraccettivo”, termine correntemente usato per indicare la prevenzione del concepimento (inteso come fecondazione) è ingannevole: potrebbe indurre infatti ad utilizzarlo persone che non lo farebbero mai, se solo ne conoscessero il meccanismo d’azione antinidatorio» [7][8]. Morale: presentare ellaOne® esclusivamente come un contraccettivo significa dire mezza verità e quindi mentire circa la sua natura antiprogestinica, volta cioè a bloccare l’ormone – il progesterone, appunto – fondamentale per l’annidamento embrionale nella mucosa uterina [9]. Mentire, una vera e propria specialità per quanti, ieri come oggi, si battono contro il diritto alla vita servendosi di bugie che, a forza di esser raccontante, a volte vengono purtroppo prese per verità.

[1] Così Wikipedia alla voce «Ulipristal acetato»; [2] Cfr. American College of Obstetrics and Gynecology (ACOG). Terminology Bulletin, “Terms Used in Reference to the Fetus.” Chicago: ACOG, 1965; [3] Cfr. Sgreccia E. Manuale di bioetica, Vita&Pensiero, Milano 2007, p. 611; [3] In proposito, i testi ricordati dalla dottoressa Fusina sono i seguenti: Keith Moore and T.V.N. Persaud,Before We Are Born: Essentials of Embryology and Birth Defects 5th ed. (Philadelphia: W.B. Saunders Company), 1998, p. 36; Keith L. Moore, T.V.N. Persaud, The Developing Human: Clinically Oriented Embriology (Philadelphia: Saunders) 1998, p. 2-18; G. Goglia, Embriologia umana, Piccin Nuova Libraria, Padova, 1997, Cap.1; Thomas W. Sadler, Embriologia medica di Langman ( ed. it. a cura di De Caro R. – Galli S.), Elsevier Masson srl, Milano 2009, p. 11; [4] Cfr. Mozzanega B. – Cosmi E. (2011) Considerazioni su ellaOne® (ulipristal acetato) «Italian Journal of Obstetrics»; 2/3:107-112; [5] Ibidem; [6] Ibidem; [7] Fusina A. La “pillola dei 5 giorni dopo. Aspetti scientifici, giuridici ed etici. Corso di perfezionamento in Bioetica – Dipartimento Fisspa, Sezione di Filosofia, Università degli Studi di Padova, A.A. 2011/2012, p. 24; [8]  L’idea che presentare ellaOne® come contraccettivo possa indurre ad assumerla «persone che non lo farebbero mai, se solo ne conoscessero il meccanismo d’azione antinidatorio» appare suffragata dall’esito di un sondaggio condotto in Spagna nel 2007, che ha messo in luce come quasi il 40% (il 39,4%) del campione «rifiuterebbe l’impiego di un anticoncezionale sapendo che questo potrebbe agire anche come abortivo». de Irala J. – del Burgo C.L. – de Fez C. ML. – Arredondo J. – Mikolajczyk R.T. – Stanford J.B. (2007) Women’s attitudes towards mechanisms of action of family planning methods: survey in primary health centres in Pamplona, Spain. «BMC Womens Health» ;7:10. doi:10.1186/1472-6874-7-10 [9] Cfr. Carbone G. M. L’embrione umano: qualcosa o qualcuno?, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2005, p. 36.

 

La pillola del giorno dopo può causare aborto

Dalla Spagna un’altra conferma.
di Anna Fusina

Uno studio condotto da un gruppo di scienziati spagnoli guidati dal Dr. Emilio Jesús Alegre del Rey e  pubblicato dall’European Journal of Clinical Pharmacy ribadisce il potenziale effetto abortivo del Levonorgestrel, la pillola del giorno dopo.
Il Dr. Alegre del Rey è  farmacista  presso il Dipartimento di Farmacia all’Universitary  Hospital   di Puerto Real (Cadice) ed effettua studi da vari anni sulla cosiddetta “contraccezione d’emergenza”.

Dr. Alegre del Rey, quando inizia la vita?
Inizia al concepimento, quando lo spermatozoo e l’ovulo formano lo zigote. Questa è una osservazione scientifica.

Ci viene detto che la gravidanza inizia con l’impianto dell’embrione in utero. Si manipola la lingua  per nascondere la realtà?
Sì. Per esempio, è stato ripetuto fino alla nausea che la pillola del giorno dopo non è abortiva. Per affermare questo, si è ipotizzato che l’aborto ponga  fine alla gravidanza e che quest’ultima inizi al momento dell’impianto dell’embrione in utero. Ma questo è un gioco di parole, che cancella la realtà.
In primo luogo, non è che la gravidanza inizi al momento dell’impianto, è che è a partire da lì che é possibile rilevarla. Ma in secondo luogo, e cosa ancora più importante, ciò che è eticamente rilevante non è la fine della gravidanza, ma la fine della vita di un essere umano. Pertanto, ciò che conta non è quando vogliamo dire che inizia la gravidanza, ma quando inizia la vita. La manipolazione del linguaggio ha un sacco di “magia”: distoglie l’attenzione dagli ascoltatori allo scopo che essi non guardino al punto chiave della questione.
Tertulliano, già nel III secolo, ha detto: “Homo est qui futurus est” (se in futuro sarà umano, già lo è). Curiosamente, è interessante notare che questa osservazione semplice e saggia è anche un principio fondamentale della embriologia del XXI secolo.

Il Levonorgestrel, la cosiddetta “pillola del giorno dopo” riduce le gravidanze di oltre l’80% quando assunto entro tre giorni dal rapporto sessuale? Quali sono le conclusioni del vostro studio?
Il nostro studio si concentra sul meccanismo d’azione del levonorgestrel, la cosiddetta “pillola del giorno dopo”. Abbiamo confrontato i dati provenienti da diversi studi che sono stati pubblicati, applicando ad essi un’analisi quantitativa. Il risultato mostra che nella metà dei casi in cui le gravidanze erano state impedite assumendo il levonorgestrel, c’era stata stata la fecondazione, è stato concepito un embrione, ma il carico ormonale della pillola ha impedito all’embrione di continuare il suo processo di sviluppo, la sua vita.
La pillola del giorno dopo è catalogata come mezzo di contraccezione di emergenza. Questo è quello che ci dicono i media e la versione scientifica “ufficiale”…
Non c’è un vera “ufficiale” versione scientifica, ma diverse pubblicazioni sull’argomento. Nella scheda tecnica originale del  levonorgestrel, all’inizio era stato riconosciuto a quest’ultimo anche l’effetto di impedire l’impianto. Due lavori scientifici puntavano nella stessa direzione (Fertil Steril. 2007 Sep;88(3):565-71. Epub 2007 Feb 22; Ann Pharmacother. 2002 Mar;36(3):465-70).  Poi è stata diffusa una nuova versione del produttore e della FIGO (Federazione Internazionale di Ginecologia e Ostetricia), che non è indipendente.
Quest’ultima posizione, che ha negato l’effetto abortivo,  si è basata su dati relativi agli studi su animali, il cui ciclo ormonale non ha nulla a che fare con quello della donna, e su uno studio su  donne con nessuna validità statistica.
Abbiamo dimostrato che, con le evidenze attuali, nessuno può seguitare a negare l’effetto contragestativo, abortivo di questa pillola.
Un contraccettivo è un prodotto che impedisce il concepimento. Nel caso del levonorgestrel, è vero, ma è solo una mezza verità, letteralmente. Per l’altra metà il  suo effetto viene esercitato impedendo ad un embrione esistente di continuare il suo sviluppo e la vita. Noi chiamiamo questo effetto  “contragestativo”,  una parola che poche persone conoscono.

Dunque assumendo il levonorgestrel si possono verificare aborti embrionali. Perché i media non ci dicono nulla su questo?
La disinformazione crea un falso senso di sicurezza. Si omettono informazioni-chiave per le utenti, che hanno il diritto di conoscere il potenziale effetto abortivo di questa pillola.
Il motivo per cui non venga fatta questa informazione penso sia in parte commerciale ed in parte  ideologico. Si presume che le donne non abbiano bisogno di sapere, che a loro non importi sapere. Tuttavia, in uno studio effettuato su donne spagnole (dell’équipe di Jokin de Irala), è stato loro chiesto se avrebbero assunto quel prodotto sapendo che esso era abortivo. La maggior parte delle donne ha detto di no. Le donne che inconsapevolmente prendono quel prodotto e scoprono poi che si tratta di un abortivo, possono sentirsi ingannate e caricate ingiustamente di questo problema nella loro coscienza.
Quando la pillola è stata messa in commercio c’è stato un notevole rifiuto verso di essa; la scheda tecnica del levonorgestrel  non ometteva il possibile effetto anti-annidamento, quindi abortivo. Così il prodotto ha avuto molte difficoltà ad essere diffuso, ed anche  ad essere  approvato nei paesi che proteggono la vita umana dal suo inizio, come l’America Latina. I produttori quindi hanno usato poi la strategia di negarne l’effetto abortivo, e fu modificata quindi la scheda tecnica del levonorgestrel.
Ora, anche i produttori  di un altro “contraccettivo d’emergenza”, l’ulipristal acetato (EllaOne, la cosiddetta “pillola dei cinque giorni dopo”) sembrano aver imparato la lezione, e negano che esso abbia un possibile effetto abortivo. Tuttavia, è evidente che esso lo abbia, impedendo  la gravidanza anche se preso cinque giorni dopo il rapporto. C’è bisogno solo di  un po’ di buon senso per rendersi conto che non è credibile che abbia solamente un effetto contraccettivo…

Anche per il personale sanitario è necessaria una accurata e completa informazione su queste pillole…
Certo. Per prendere qualsiasi decisione etica, sia individuale che collettiva, è prima essenziale  avere le migliori informazioni scientifiche sul problema, senza pregiudizi di alcun genere. Il personale sanitario ne ha bisogno per due motivi: per informare correttamente gli utenti e per  prendere le proprie decisioni etiche, e, se necessario, fare obiezione di coscienza.
Di questo era ben consapevole il genetista francese Jerome Lejeune: una buona etica parte dalla migliore informazione scientifica disponibile. Questa è la ragione del nostro lavoro. Dobbiamo fare in modo che questa informazione sia libera da condizionamenti commerciali, ideologici o da altri tipi di condizionamenti, né in un senso né nell’altro.
Nel nostro team collaborano ricercatori con diversi punti di vista, ma tutti cerchiamo di dimostrare la realtà, con il metodo scientifico.

La pillola del giorno dopo è utilizzata principalmente da adolescenti, anche più volte. Quali ne sono le conseguenze ed i rischi?
Gli studi clinici su questa pillola non li ha fatti l’industria farmaceutica, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con il denaro pubblico. Si pensò che potesse essere usata abitualmente, ma gli studi di sicurezza con somministrazioni ripetute sono stati disastrosi: frequenti gravi disturbi mestruali, mal di testa, problemi vascolari … logico, perché per ottenere l’effetto suddetto con una singola dose, queste pillole contengono una quantità di ormone 10-20 volte superiore alla normale pillola contraccettiva quotidiana.
Così la pillola del giorno dopo è stata lasciata per somministrazioni eccezionali.
Chiunque utilizza ripetutamente questa pillola si espone ad un serio rischio.
Purtroppo in alcuni Paesi questo prodotto è stato approvato anche senza l’obbligo di prescrizione medica.
Volevo anche rilevare come l’uso esteso della pillola del giorno dopo non riduce le gravidanze indesiderate o gli aborti in termini reali. E ‘qualcosa che è stato dimostrato in numerosi studi in diversi paesi, con la massima evidenza.

La pubblicazione del vostro studio è stata respinta da diverse riviste scientifiche ….
I primi due rifiuti ci hanno stimolati a migliorare l’articolo, la forma di esposizione dei risultati. Ma siamo rimasti un po’ sorpresi che uno studio sullo stesso argomento, con le conclusioni contrarie, ma senza l’analisi statistica di base, fosse stato pubblicato senza problemi.
Abbiamo parlato con altri gruppi di ricerca che hanno avuto complicazioni come le nostre quando le conclusioni del loro studio non erano “politicamente corrette”.
In realtà, ci sono state difficoltà in tutte le epoche. Tuttavia, questa è scienza, e per fortuna ci sono riviste che esaminano solo la qualità scientifica di ciò che viene loro inviato. Infatti, di recente ci è stata accettata la stessa nostra interpretazione in un’altra rivista.
Non si può coprire il sole con un dito.

Fonte: http://vitanascente.blogspot.it/

I FARMACISTI CATTOLICI DI FRONTE ALLA CONTRACCEZIONE DI EMERGENZA

In merito alla contraccezione di emergenza con i farmaci Norlevo (levonorgestrel 1500 mg),  e Ellaone (ulipristal 30 mg)  i farmacisti cattolici ritengono di dover fornire delle precisazioni riguardo alla posizione ufficiale dei farmacisti cattolici in questa spinosa materia etica.

Per la vendita di Norlevo e Ellaone i cosiddetti contraccettivi di emergenza si possono rilevare due visioni culturali che stanno alla base.

La visione culturale che ha portato alla commercializzazione e al declassamento prescrittivo delle due pillole si fonda su una visione pragmatica e progressista che, fin dopo il Raporto Warnock del 1984, condivisa anche da OMS,  sostiene che la vita umana incominci solo dopo l’annidamento della blastocisti in utero. Tale visione è stata costruita a tavolino senza avere un riscontro scientifico arbitrariamente, ma per poter consentire le manipolazioni nelle prime fasi della vita umana compresa  l’eliminazione degli embrioni in questo primo periodo. Pertanto i meccanismi intecettivi e antinidatori delle pillole ormonali sono considerati secondo questa visione contraccettivi che non porrebbero problemi etici alla loro vendita e commercializzazione, considerata invece un traguardo e un progresso per le donne.

La visione culturale di tipo personalistico sostenuta dai cristiani e da molti laici si fonda invece sulla convinzione supportata anche dalla scienza biologica e medica che la vita umana incomincia fin dal primo momento della formazione dello zigote umano, che poi diventa blastocisti e poi piccolo embrione che si annida in utero al 14 mo giorno e si sviluppa come feto fino alla nascita di un bambino. Per la visione della Chiesa cattolica possiamo parlare già di bambino fin dal concepimento. Gli scienziati che si ispirano a tale visione personalistica sono concordi nell’affermare la dignità della vita umana dal concepimento, da difendere e proteggere come vita umana. Dall’esame della letteratura scientifica  riguardo a Norlevo e Ellaone, si evince che c’è anche un meccanismo di azione postconcezionale intercettivo e/o antinidatorio della blastocisti e ciò significa un meccanismo abortivo (si rimanda alla documentazione fornita alla fine del comunicato).

Alla luce di tale visione culturale e sulla base dei dati scientifici tutti i farmacisti cattolici e non hanno il dovere di opporsi alla vendita di Norlevo e Ellaone che vengono dichiarati contraccettivi di emergenza, ma invece svolgono anche un azione abortiva.

Il Magistero della Chiesa si è sempre espresso per l’esercizio dell’Obiezione di Coscienza da parte del farmacista (si vedano gli interventi degli ultimi Papi al riguardo e al pronunciamento della Congregazione della Dottrina della fede fatta al riguardo dal Cardinale Levada: riferimenti alla fine del comunicato).

Dunque, essendo sia Norlevo che Ellaone dei potenziali abortivi cambia anche la normativa di riferimento a cui ci si può riferire:

Art 2 della Costituzione che consente l’Obiezione di Coscienza nel caso di attentato alla vita umana.

Art 9 della legge 194/78 che permette ai medici e al personale sanitario di esercitare l’Obiezione di Coscienza per ragioni culturali e religiose in merito ad aborto.

Ci sono stati farmacisti obiettori denunciati e ci sono stati i primi risultati giuridici a noi favorevoli.

Siamo consapevoli delle difficoltà a cui i farmacisti obiettori vanno incontro nell’esercizio del loro diritto ad obiettare, ma occorre che essi siano coerenti nell’esercizio della professione astenendosi dal collaborare con la possibile soppressione di un essere umano appena concepito.

Il farmacista cattolico deve fare tutto il possibile per non collaborare con la distribuzione di tali pillole potenzialmente abortive. Altresì il farmacista cattolico deve espletare la sua funzione di operatore sanitario informando il cliente degli effetti collaterali e del meccanismo intercettivo e antinidatorio poichè non riportato nel foglio illustrativo di Norlevo e Ellaone, sopperendo a questa grave lacuna.

Inoltre il farmacista cattolico deve impegnarsi a sostenere e a promuovere la vita umana anche attraverso iniziative quali la collaborazione con i centri di aiuto alla vita e con i consultori di ispirazione cristiana, con l’aggiornamento professionale sui metodi naturali Billings e sintotermico…

Con l’eliminazione dal foglio illustrativo di tali farmaci del loro possibile effetto abortivo si è venuta a creare una situazione di grave disinformazione della donna su un argomento di vitale importanza: ingannare la donna dicendo che è stata posticipata l’ovulazione, mentre con elevata probabilità abbiamo intercettato e eliminato un essere umano è molto sbagliato..

E’ necessario fare sistema  cioè “fare testuggine” tutti uniti e insieme credenti e laici per portare avanti:

– la modifica del foglio illustrativo con l’introduzione dei possibili rischi per la vita del concepito

– un vero riconoscimento del diritto di esercitare l’obiezione di coscienza in farmacia nel rispetto della legge.

Siamo convinti che comprendere e appoggiare le ragioni dell’obiezione di coscienza del farmacista possa avere un riflesso positivo a beneficio di tutta la categoria, in quanto viene valorizzata la professionalità del farmacista che lavora in piena coscienza e responsabilità.

Dott Piero Uroda Presidente ucfi Italia e Dott Maria Teresa Riccaboni consigliera ucfi Italia
Hanno collaborato anche Don prof Roberto Valeri assistente ucfi Milano, Dott Giorgio Falcon Vice Presidente ucfi italiae Dott Fausto Roncaglia Vice Presidente ucfi Italia

 

Riferimenti del magistero della chiesa in merito a Obiezione di coscienza:

– Discorso di Mons. Crociata ai farmacisti cattolici a Roma del 23.10.2009 pubblicato su Avvenire

– Discorso di Papa Benedetto XVI trasmesso ai farmacisti cattolici internazionali a Potznam il 29.10.2007

– Atti del congresso sull’obiezione di coscienza Roma 10/2009 sul sito www.farmacisticattolici.it

– Dichiarazione della congregazione per la dottrina della fede del 08.09.2008 firma del Cardinale Levada commentata da Don Roberto Valeri in articolo dal titolo “Brevi riflessioni sulla probabile decisione AIFA in merito a Pillola del giorno dopo o dei giorni dopo”visionabile su sito www.farmacisticattolici.it

– Dignitas Personae nn 4-5: documento della congregazione dottrina della fede che valorizza l’embrione ultimo in ordine di tempo, nel quale sono citati tutti i riferimenti precedenti.

 

Riferimenti su obiezione di coscienza del farmacista nel comitato di Bioetica nazionale:

Parere del Comitato di Bioetica del 25.02.2011

 

Riferimenti per il meccanismo antinidatorio di Norlevo e Ellaone:

– Parere del Consiglio Superiore di Sanità del 10 marzo 2015

– Newsletter Scienza & Vita n. 32 gennaio 2010 www.scienzaevita.it

– Lucio Romano Biofiles n. 6 Scienza & Vita 17/06/2011

– Sito www.sipre.eu

– Pubblicazioni del prof Bruno Mozzanega ed in particolare It. J. Gynaecol. Obstet. 2011,23: n. 2/3: 107-112

– Position Paper del prof Bruno Mozzanega sul sito www.farmacisticattolici.it